Riassunto
Quando sembra che la gentilezza sia diventata rara quanto l'iridio.
C’è un limite alla maleducazione altrui che posso tollerare in una singola giornata.
Non è una linea netta, né una soglia costante: è più simile a un barometro emotivo, il cui ago impazzisce al primo sbalzo di pressione umana.
Ieri, ad esempio, sono entrato nel mio negozio preferito per comprare del tè (che, come sanno coloro che mi conoscono, è il mio modo civile di restare aggrappato alla sanità mentale). E lì, dietro il banco, la commessa – quella donna dai modi solitamente affabili, quasi da signorina dell’epoca edoardiana con un debole per i dolcetti alla lavanda – mi ha trattato come se avessi chiesto il prezzo del suo fegato, e non un barattolo di Earl Grey.
“Sì?” ha detto, senza guardarmi, con il tono di chi viene interrotto durante la lettura del testamento di una zia facoltosa.
Ora, non pretendo sorrisi radioattivi o inchini da teatro kabuki, ma c’è qualcosa nel brusco, nello sbrigativo, che scompiglia il mio ordine interiore. È come se qualcuno mi prendesse le sinapsi e le grattugiasse su un toast.
E allora mi sono detto – con l’aplomb di chi ha finito il latte a colazione e la pazienza a pranzo – che sì, esiste un limite. Non universale, né moralmente oggettivo. Ma mio. E ieri l’ho raggiunto alle 15:42, ora di Greenwich, in un negozio dal profumo di cannella e ostilità passiva.
Non ho risposto. Ho sorriso (quello di circostanza, con appena un accenno di sarcasmo intellettuale) e me ne sono andato. La maleducazione, a certe dosi, è tossica. Ma la mia vendetta, oh, quella sì che è elegante: ho comprato il tè altrove. In un altro negozio, con un’altra commessa, che mi ha detto “Buona giornata” come se lo pensasse davvero.
A volte basta quello.
Una voce gentile. Un gesto cortese. Una minuscola crepa nella diga dell’indifferenza.
E se vi sembra poco, è solo perché non siete stati me, ieri, alle 15:42.



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