16 Giu 2025

Titolo: Piccoli orrori dell’umanità in pubblico (ovvero: no, non siete a casa vostra)

Aidan HarthorneFaccio del mio meglio per ignorare. Lo giuro. Vivo e lascio vivere, finché riesco. Poi però – inevitabile come un biscotto che cade sempre dal lato della marmellata – mi scatta la domanda: è questa la nuova estetica dell’anima? La sciatteria interiore come segno di libertà personale?

Parlo di cose semplici, eh: piedi sui sedili dei mezzi pubblici (preferibilmente luridi), borse che occupano posti come se avessero un biglietto, video a tutto volume come se il tram fosse il proprio salotto, e birre scolate per strada, bottiglia lasciata lì come un cane in autostrada negli anni ’80. (Sì, lo so, immagine forte. Ma coerente.)

E non è solo roba da TikTok-generation. No, no. Anche gli over-50 pare si siano detti: “Ma sì, buttiamola in caciara, viviamo intensamente come adolescenti sotto acido e dimentichiamoci il concetto base del vivere civile: non rompere i timpani – né le scatole – al prossimo”.

Ora: ma davvero, mi domando, esercitare un minimo di autoregolazione – non quella di un monaco tibetano, intendiamoci, solo quella di un mammifero adulto consapevole di essere in uno spazio condiviso – è diventata una forma di oppressione? Di censura esistenziale?

E se uno osa dire qualcosa (con educazione, magari pure con sorriso)? Subito etichettato come il boomer acido, il censore borghese, il nemico della libertà. Ma se il vostro concetto di libertà è “posso comportarmi come un cinghiale in moltiplicazione urbana”, allora permettetemi di dissentire con fermezza e una punta di sarcasmo.

Sono domande da social, me ne rendo conto. Ma non mi vergogno: continuo a credere che ciò che siamo si rifletta in ciò che facciamo. E che l’ambiente che creiamo attiri persone simili a noi.

Per questo – egoisticamente – cerco di non lasciarmi contagiare. La sciatteria, come la muffa, attecchisce meglio in ambienti umidi e disattenti. Io, quando rischio di ammuffire anch’io, metto gli auricolari, ascolto Bach (o Florence Welch, a seconda della luna), mi rifugio in un libro.

Di solito funziona. Ma stamattina, a quanto pare, avevo il filtro emotivo un po’ sottile.

Aidan Wyrmsley

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Aidan Wyrmsley

Aidan Wyrmsley

Filologo dell’inglese antico, editor e frequentatore ostinato di testi medievali. Vivo a Londra, mantengo un rapporto discutibile con il presente e una devozione piuttosto tenace per le parole che riescono a sopravvivere ai secoli. Scrivo da questa posizione leggermente disallineata, cercando di capire – con risultati alterni – che cosa resta, quando tutto il resto cambia.

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