Riassunto
Due amici, due professionisti, un progetto ambizioso e inquietante. Villa Azzurra e il suo vergognoso carico di abusi e crudeltà sui bambini. E la luce che entra da quella soglia.

Una villa con un bel nome rasserenante, alle porte di Torino. Un rifugio per i bambini senza famiglia o senza possibilità. Una realtà totalmente diversa. Una storia che non mi aspettavo, e che mi ha catturato subito.
Sinossi
Nel cuore di Torino, nel 2022, Bruno, un fotografo disilluso, e Andrea, un empatico musicista, esplorano le rovine dell’ex ospedale psichiatrico Villa Azzurra, alla ricerca di storie perdute da raccontare.
Ma il loro viaggio urbano si trasforma in un’esperienza inquietante e misteriosa, quando scoprono la presenza di Gianni, un bambino morto nel manicomio e mai realmente dimenticato.
Mentre il passato riaffiora tra anomalie inspiegabili e visioni dolorose, Bruno è costretto a confrontarsi con un trauma mai risolto.
Luce oltre la soglia è una storia di amicizia, fantasmi e redenzione, dove il confine tra realtà e soprannaturale è più sottile che mai.
Barbara Derro
Luce oltre la soglia
Che cosa mi ha lasciato il libro?
Parlare di questo libro equivale a sedersi davanti ad un groviglio di collane, preziose, colorate, di materiali eterogenei e mettersi a districarle, una per una. Ci vuole soprattutto calma, e una buona dose di determinazione costante.
Quel groviglio di collane sono le emozioni suscitate in me da questa storia sorprendente, per molti motivi. La trama nasce da una realtà purtroppo tangibile di questa dimensione: Villa Azzurra, istituto psichiatrico per bambini, costruito nel 1964 e chiuso definitivamente solo nel 1978. Avrebbe dovuto essere un luogo di cura per bambini sofferenti, ma si rivelò una specie di riedizione di un campo di concentramento, completo di direttore psicopatico (Giorgio Coda), torture camuffate da trattamenti (e altre evidenti alla luce del sole), bambini morti o irrecuperabilmente rovinati.

Andrea e Bruno, dall’account Instagram dell’autrice.
A questa collana di filo spinato, però, s’intrecciano altre catene, più leggere e anche più luminose. Due di queste sono i personaggi creati dall’autrice, Barbara Derro, Bruno e Andrea. Sono amici da sempre, da quando erano ragazzi vivaci pieni di sogni e di talenti da realizzare. Quando apriamo la porta del romanzo, li troviamo impegnati in un’attività bizzarra e leggermente inquietante. Una seduta spiritica, completa di tavoletta Oujia. Sembra molto classico: due adolescenti curiosi, in cerca di avventura, brivido, desiderosi di misurarsi, anche con situazioni e oggetti che potrebbero rivelarsi più grandi di loro. Nel loro caso, però, non è completamente vero, perché alla base di questa iniziativa c’è una domanda molto seria, molto importante. Nelle loro giovani vite si è verificata una tragedia che li ha lasciati amareggiati e sperduti, soprattutto Bruno; perciò, la tavoletta Oujia appare come uno strumento utile per avere risposte a quella domanda. Tuttavia, spesso è più facile domandare che stare fermi ad ascoltare la risposta… e alla fine di questa prima scena, noi non conosceremo né l’una, né l’altra. Bruno si alza e molla tutto, andandosene.
Dovremo mettere da parte per un momento questo mistero perché, quando ritroviamo Andrea e Bruno, sono uomini fatti e professionisti impegnati. Il primo è un musicista, insegna violino e pianoforte, dalla personalità aperta, simpatica, dotato di interessi verso l’esoterismo (ricordate la tavoletta Oujia? Era la sua, acquistata con sudati e determinati risparmi), e quei luoghi dell’esistenza in penombra, che si prestano al mistero. Il secondo è un fotografo affermato con un proprio studio, pragmatico e talvolta ombroso, fidanzato con la brillante e bellissima Viola.
Negli anni sono rimasti amici, e quando li ritroviamo insieme scopriamo che collaboreranno presto a realizzare una mostra fotografica corredata di accompagnamento musicale dal vivo, un progetto che sottopongono all’assessore alla cultura del comune e che per le loro carriere potrebbe rivelarsi una spinta molto potente. Per quanto sia interessante e ben strutturato, (una mostra dedicata al comprensorio che nel 1945 ospitò i profughi ebrei sfuggiti alla Shoah) l’assessore li dirotta verso un altro progetto, da attuarsi in un territorio adiacente, e che si rivela da subito molto impegnativo. Ed ecco che entra in scena Villa Azzurra, l’ex-manicomio infantile a Grugliasco, che si è guadagnato una fama sinistra e vergognosa per tutti gli abusi camuffati da trattamenti medici perpetrati ai danni dei piccoli pazienti.
Si tratta di allestire sempre una mostra fotografica sostenuta dalla musica, ma in alcune sale di quella struttura che è in stato di degrado e abbandono da quando fu chiusa negli anni ’70.
Mentre Andrea è entusiasta della nuova rotta, Bruno vorrebbe alzarsi e andarsene e dimenticarsi di essersi mai proposto per un progetto in quel posto. Non è così semplice e non è così che funziona; perciò, reprimendo le spinte dell’ansia e soffiando via a forza i suoi fantasmi personali, si immerge nella storia di Villa Azzurra. Con Andrea si reca sul posto, dove entrambi fanno la conoscenza di un custode che sembra uscito dal Bates Motel, e iniziano la loro esplorazione e i loro sopralluoghi per attuare il loro progetto.
Villa Azzurra, a questo punto, assume il suo ruolo di catalizzatore di sensazioni, pensieri, sentimenti e paure dei due protagonisti. E di noi lettori. Avremo aspettative. Considereremo il tipo di custode che si aggira in quel posto, e avremo mille domande e timori su chi e che cosa attende Andrea e Bruno, nel buio. Nel freddo, nello squallore e nella bruttezza del degrado di un luogo che ha visto sofferenze e abusi quasi senza fine. Ci sono fantasmi a Villa Azzurra? Spiriti inquieti e vendicativi, che attendono solo anime vive per farne preda? A questo punto sarebbe facile prendere la deriva Stephen King e credere di essere in procinto di leggere un horror.
No, non è così facile, perché questo romanzo è una tessitura di equilibrio tra elementi eterogenei (ricordate le collane dell’inizio?). Andrea e Bruno troveranno… molto. Non solo sul posto, ma anche dentro di sé. Ci saranno momenti in cui avranno paura, si sentiranno destabilizzati, vorranno mollare la presa, e la loro amicizia si troverà a soffrire un po’. Verranno fuori i nodi del passato che fanno ancora male nei luoghi nascosti delle anime di entrambi gli amici; quella domanda iniziale respinta con tanta determinazione da Bruno ritornerà, tirandosi dietro la risposta cui si fece sordo tanti anni prima.
Dopo il buio, la luce. Perché la luce ritorna e vince sempre. Sul buio delle crudeltà e dell’ignoranza umana, la luce finisce sempre per trionfare. In questo romanzo, non fa eccezione.
Perché lo consiglio?
Perché è una storia purtroppo vera. Ed è una storia che non bisogna dimenticare, perché è profondamente crudele e piena di buio. Questo è il motivo per cui dovremmo tenerla presente, perché ci può indicare dove portare luce nelle nostre zone d’ombra individuali. Il male e il bene, l’oscurità e la luce di Villa Azzurra appartengono a tutti gli appartenenti della razza umana. Se ciascuno di noi fa un passo verso la luce… piano piano lo faranno anche gli altri.
Lo consiglio perché è una storia scritta con profondità, partecipazione, e preparazione. Andrea e Bruno siamo noi, o lo siamo stati, o li abbiamo avuti come amici. I loro atteggiamenti, il modo in cui reagiscono a Villa Azzurra e il suo carico di ombre, le emozioni che li attraversano e come se ne lasciano influenzare, ci può insegnare molto su noi stessi. Barbara Derro, l’autrice, è riuscita a renderli vivi, credibili e vicini. Li ha dotati di talento, di competenze e conoscenze; io personalmente ho imparato diverse cose che non conoscevo, sull’archeologia industriale, all’urbex, l’esplorazione urbana, sulla musica stessa. È un libro che insegna e informa, questo, su molti ambiti.
Lo consiglio perché è una storia di coraggio. Quello del fotografo che si introdusse a Villa Azzurra facendosi passare per infermiere, e che scattò fotografie inequivocabili, che sbatterono in faccia a tutta la nazione l’orribile verità del manicomio. Fu lui a fare quel primo passo verso la luce, che poi portò alla chiusura dell’istituto. A distanza di anni, quella luce non ha smesso di lavorare e oggi si parla di trasformare quelle sale e quelle stanze crudeli in un villaggio residenziale universitario da 250 posti.
Il coraggio di Bruno e Andrea, che sono rimasti ad affrontare soprattutto sé stessi.
La luce e il coraggio non smettono mai di manifestarsi, anche dopo anni e silenzio.
Autrice
Barbara Derro vive a Pinerolo, dove insegna Storia dell’Arte presso il Liceo artistico Michele Buniva.
Guida turistica abilitata, è da sempre appassionata di luoghi abbandonati, una fascinazione che coltiva anche attraverso la sua rubrica di narrativa urbex su Instagram.
Madre di due figli, porta nelle sue storie lo sguardo di chi osserva il passato per riscoprirne i segreti.
“Luce oltre la Soglia-Villa Azzurra” è il suo romanzo d’esordio.




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