Riassunto
Una storia vera. Donne che cercano respiro dalla crudeltà maschile, e ne vengono punite.
Il termine levatrice tende a fuorviare ancora il flusso dei miei pensieri, quando ritorno con la mente a questo libro. Forse perché le associazioni che gli attribuisco vanno tutte verso la vita, e mi si forma in mente l’immagine di una donna magari di mezza età, dal carattere pragmatico e dolce come sanno esserlo certi tipi umani abituati a lavorare sodo, prendere decisioni rapide senza dimenticare di avere un cuore che accoglie i dolori altrui.
Questa levatrice, che come si vede qui sotto, si comporta più da strega, non brilla per empatia. Almeno, non il tipo rose e fiori, abbracci e sorrisi. Si trova più a suo agio a fissare con forza negli occhi le persone con cui si decide a parlare, e i suoi modi non sono cortesi ed amichevoli. O la ascolti, e fai quello che ti dice (poiché lei sa che cos’è meglio per risolvere il tuo problema), oppure puoi prendere un’altra direzione. Ben diversa dall’altra ‘strega’ protagonista di un altro libro, di diversi anni fa, Giulia Tofana, di Adriana Assini, che per quanto provenisse da un passato tormentoso quanto la signora di Nagyrév, conservava ancora un certo sorriso per la vita e i suoi piaceri.
Anche questi due libri si sono chiamati l’un con l’altro, a distanza di anni, e non ho potuto fare altro che sedermi ad ascoltare.
Sinossi
Zsigmond Danielovitz, incaricato di indagare sul cadavere di un’anziana contadina, è un uomo indebolito dalla guerra, ma vigile. E così ci mette poco a scorgere, dietro gli occhi degli abitanti di Nagyrév, qualcosa di sinistro. Nagyrév è un piccolo villaggio sperduto nella pianura ungherese, l’anno è il 1929 e il benessere, in quella ristretta comunità rurale, non arriva. Zsigmond Danielovitz si rende presto conto che la morte della donna sulle sponde del fiume Tibisco non è che l’anello di una lunga catena di scomparse e incidenti che da tempo coinvolgono il piccolo villaggio. La levatrice di Nagyrév racconta un fatto di cronaca realmente avvenuto tra le due guerre mondiali, un episodio che sconvolse l’Europa non solo per l’efferatezza dei crimini, ma anche per un inedito capovolgimento dei ruoli: le donne uccidono gli uomini, si vendicano. Superstizione, violenze, miseria e soprusi sono i protagonisti delle vite che si incrociano in questo affresco rurale, dove a fare le spese di appetiti e frustrazioni sono sempre le donne. Le regole patriarcali della comunità magiara e le meschinità dell’animo umano creano situazioni insostenibili e sofferenze ingiustificabili per mogli e figlie, anziane e ragazze. Personaggio chiave, intorno al quale girano le storie di Nagyrév, è la misteriosa Zsuzsanna, levatrice dal passato fumoso, spesso etichettata come «strega» dai suoi concittadini, temuta e, ogni tanto, rispettata, una figura carismatica, rarissimo esempio di donna emancipata, cui molte «sorelle» chiedono aiuto per risolvere i guai che hanno dentro casa: gravate da inganni, stupri e sottomissioni, le vittime hanno deciso di alzare la testa. Gli avvenimenti che ebbero luogo a Nagyrév, mostrando gli orrori di cui è capace la vita domestica e le forme di resistenza alle sopraffazioni di genere, possono essere una finestra utile, e dolorosa, per capire il presente.
Sabrina Zuccato
La levatrice di Nagyrév
Romanzi e Racconti
Pag. 448
Che cosa mi ha lasciato il libro?

Foto di Annie Spratt su Unsplash
Questa è la domanda che mi faccio quasi sempre, dopo aver chiuso un libro. L’ho fatta diventare una sorta di sezione obbligata quando scrivo di libri, ma è proprio il punto di partenza per la mia riflessione sulla storia. Non consiglio la lettura dell’articolo, da questo momento in avanti, perché ci saranno spoiler.
La risposta che mi sale per prima è: tristezza. Come accade per Giulia Tofana, le donne riescono ad avere la meglio per un breve momento sui maltrattamenti bestiali inflitti dagli uomini che dovrebbero amarle e prendersi cura di loro. Sono mariti, fratelli, padri, suoceri che non ci pensano due volte a trattare le donne che hanno in casa come se fossero le ultime delle schiave. Anzi, non ci pensano proprio. Per loro, è normale. È normale alzare le mani ad ogni piè sospinto, prendersi il proprio piacere in modo unilaterale, assicurarsi che la donna sia gravida come le mucche in stalla, perché così la discendenza è assicurata, e la testimonianza della potenza dei propri testicoli ben evidente a tutti, e possibilmente ammirata e invidiata, soprattutto quando si ripete più volte e con velocità.
Un atteggiamento mostruoso, non umano.
Le donne sono assoggettate in pieno a questo atteggiamento. Si usa così, è così che si è sempre fatto, e se è toccata la sfortuna di nascere sprovviste di pene, è quello che bisogna aspettarsi per la propria vita. Le mie parole possono sembrare estreme e forse un po’ superficiali, tendenti a fare di un’erba un fascio. Tuttavia, è quello che vedo nello sfondo della storia del libro. Nagyrev è un piccolo paese rurale, arretrato da ogni punto di vista e presenta un’assenza quasi totale di serenità o di apertura, mentale o di spirito. La povertà regna sovrana dappertutto, inasprendo gli spiriti, rendendo ogni uomo (e anche ogni donna) diffidente nei confronti di coloro che hanno intorno, sempre pronti a colpire per primi, o a parare i colpi. Non c’è fiducia, o seconde possibilità, qui. Se qualcuno si macchia di qualche colpa, il giudizio altrui arriva più veloce della luce e lacera più a fondo di una katana affilata. E quasi mai viene ritirato… la persona rimane marchiata per sempre, a prescindere dalle sue azioni.
In un ambiente come questo, come possono essere visti i due protagonisti-antagonisti principali, Zsuzsanna, la strega, e il gendarme incaricato delle indagini, Zsigmond Danielovitz? Sono entrambi due personaggi unici nel loro genere, entrambi non nati in Nagyrév, due forestieri. Lei è ricercata per la sua attività di levatrice e le sue conoscenze, temuta per il suo aspetto altero e il suo sguardo bruciante più delle fiamme infernali. Lui è il capitano della gendarmeria di Szolnok, cittadina poco distante da Nagyrév. Un ex soldato, che si è distinto in guerra, perdendo la mano sinistra, ma che non si è lasciato afferrare troppo a fondo dalla vergogna per la propria mutilazione, che cerca di nascondere o almeno di proteggere dagli sguardi impietosi e sfrontati. Possiede grandi doti intuitive, forte capacità di ragionamento e la determinazione inflessibile a portare avanti i propri incarichi fino alla fine, e al meglio. Zsusanna è temuta, schivata, segretamente dileggiata (molto lontano dalle sue orecchie, però), e Zsigmond, pur essendo un uomo e un guerriero, non ottiene un’ammirazione o un rispetto totali. Gli strascichi della guerra sono ancora lì ed è difficile accantonarli.

Foto di Elena Mozhvilo su Unsplash
Quando si guardano la prima volta, entrambi si riconoscono. Sono anime affini. Non sono compresi da chi li circonda, o temuti o amati ciecamente, e il loro passato li ha stravolti per sempre, marchiandoli e privandoli della capacità di avere ancora fiducia e apertura. Ed entrambi sono mortalmente decisi a combattere per sé stessi. Lui è il nemico per lei, lei è la mente criminale dietro le morti di Nagyrév, che non riesce a inchiodare una volta per tutte. Ogni volta, lei sfugge, anche se per poco. Finché… fuggire diventa improvvisamente stancante, tanto quanto inseguire. Cacciatore e preda iniziano a pensare che quei ruoli siano troppo pesanti da sopportare per tanto tempo. Quello è uno dei momenti più tristi del libro, quando si inizia a capire che non ci sono altre scelte, i cerchi si stanno chiudendo tutti e una conclusione diventa inesorabile.
Intorno a loro, stuoli di personaggi. Balint, il sottufficiale devoto a Zsigmond, gli uomini e le donne di Nagyrév, mariti prepotenti e ignobili, mogli vessate e ribelli, ognuno con il suo carico di dolore e di durezza, e una storia di spietatezza, subita e inflitta.
La storia che li lega insieme è complessa, fatta di misteri e segreti tenuti nascosti a fatica. È una storia di sopraffazione continua e sistematica da parte degli uomini, e della ribellione finale delle donne, che sfocia in una perdita terribile per tutti. Non ci sono vincitori, né vinti, in questa storia, ma ignoranza e cattiveria che si alleano per colpire e uccidere l’umanità nelle persone, e per metterle le une contro le altre in eterno.
È un libro costruito bene. In un paio di occasioni, lo stile usato non mi ha convinto del tutto. Ho ammirato la costruzione dei personaggi, e l’attenzione ai passaggi complessi e contraddittori della storia criminale.

Foto di Ksenia Yakovleva su Unsplash
È una storia vera. Quelle morti sono avvenute davvero. Zsusanna è esistita davvero; come Giulia Tofana, del resto. Questo è il motivo per cui consiglio di leggere il libro, e anche quello per cui lo sconsiglio, soprattutto a coloro che hanno molto a cuore la condizione delle donne. Il pensiero che l’unico modo per avere respiro dalla crudeltà maschile per le donne è quello di ricorrere all’omicidio, per poi essere ancora punite con ferocia e spietatezza, senza nessuno che esprima la benché minima empatia per i motivi che le hanno spinte al passo più brutale di tutti, è piuttosto duro da sopportare. E se a questo aggiungiamo che paragonando quell’atteggiamento culturale con quello di oggi, non troviamo tante differenze marcate… sale la febbre della rabbia. Giulia Tofana vive in Sicilia nel XVI secolo, Zsusanna in Ungheria negli anni ‘20 del XX. Quattrocento anni sono passati dall’una all’altra, ma ancora entrambe si sono trovate davanti allo stesso paesaggio agghiacciante di crudeltà maschile ai danni della metà femminile della popolazione. Entrambe hanno cercato di porvi rimedio, di aiutare le donne a spezzare l’oppressione, di apportare un miglioramento. E qual è stato l’esito finale?
L’autrice
Sabrina Zuccato (Padova, 1992) è giornalista pubblicista e si occupa prevalentemente di cultura, critica cinematografica e attualità. Con esperienza pluriennale presso set cinematografici, svolge inoltre l’attività di videomaker e reporter.




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