
Foto di Owen Michael Grech su Unsplash
Ci sono giorni in cui mi sveglio con la sensazione netta di essere stato investito — non da un autobus, ma da un pensiero fuori posto. Una parola di troppo. Un gesto mancato. Un fraintendimento che, come certe erbacce, mette radici nell’angolo meno illuminato della mia mente e ci si accomoda. In genere, resta lì. Ma a volte… chiede udienza.
È per quei momenti che nasce questa rubrica.
Non per dare consigli. Non per sciogliere traumi con la grazia di un tutorial su YouTube.
Scrivo per mettere ordine, o almeno per provarci.
Scrivo per disinnescare, con il tono giusto, le trappole della memoria.
Scrivo perché certe ossessioni, se le porti fuori a fare un giro, smettono di morderti.
Mi chiamo Aidan Wyrmsley, ho trentacinque anni, una predilezione per l’ironia chirurgica e l’abitudine a vedere il mondo da due passi indietro. Non per timidezza, ma per chiarezza di visione. È il punto da cui metto a fuoco tutto quello che, altrimenti, mi travolgerebbe. A volte sono episodi insignificanti, altre volte eventi capaci di rovinarti la settimana. Ma tutti, senza eccezione, meritano una parola.
Giusta, sbagliata, accartocciata: una parola.
Ecco perché sono qui.
Se vi riconoscerete, bene. Se vi irrito, meglio. Se vi faccio pensare, ottimo.
E se non vi piaccio, ci sono altri articoli nel blog: leggeteli.
Io, intanto, vi aspetto qui. Dalla parte sbagliata del binocolo.
Dove tutto è più chiaro. E un po’ più vero.


0 commenti