Riassunto
A volte, costruire non segue una linea retta tendente all'alto e all'infinito. Ci si ferma, si respira, e si riprende.
La parola dell’anno 2026 è Costruire. E quando mi è venuta in mente mi sono immaginata impegnata nella costruzione di post, recensioni, di una community con cui scambiare opinioni e commenti sui libri. Mi ero ripromessa di approcciare e di pubblicare con più costanza su una piattaforma relativamente nuova e poco frequentata come Substack, poiché Facebook e Instagram mi hanno decisamente stancato.

Foto di Mariia Shalabaieva su Unsplash
E come tutti gli obiettivi che prevedono un cambiamento drastico, sono arrivati i momenti di blocco, mandando ancora una volta in frantumi l’illusione che ogni costruzione ed evoluzione segua una linea diretta verso l’alto, senza esitazioni o momenti di stacco. Giorni dopo giorni in cui le parole non venivano. Le idee mancavano, e quelle che si affacciavano morivano subito sotto il peso del giudizio a causa di ansia da prestazione e perfezionismo inutile. E non dimentichiamo la realtà quotidiana che entra senza permesso e invade, afferra, cattura, espropria e si appropria.
Risultato? Mi sentivo frustrata, insoddisfatta, insofferente, e provavo vergogna per quello che ritenevo inettitudine.
Un giorno, aprendo Instagram dopo diversi giorni di distanza, mi cade l’occhio su un post che descriveva come prefissarsi gli obiettivi richiami immediatamente gli ostacoli. E non sono lì per rompere le scatole o provocare demoralizzazione, come capita nel 98% dei casi. Sono lì per contribuire al raggiungimento di quell’obiettivo. Perché, immancabili e inesorabilmente precisi, puntano il riflettore sulla qualità o sull’energia che manca per poter ottenere quello che si desidera. Perciò, gli ostacoli non sono espressioni di sadismo di qualche spirito avverso, ma occasioni da cogliere per superare problemi, espandere la propria mente, e lavorare sul proprio atteggiamento.
Spesso, questo tipo di lavoro deve essere fatto in silenzio. La vita lo vuole, l’obiettivo lo vuole. Perciò, avanza la sua richiesta dapprima gentilmente. Ma se incontra un muro di silenzio, alza la voce, perché quello che ha da dire è veramente importante, se non fondamentale. E magari finisce proprio per coincidere con quello che serve per il famoso obiettivo.
Allora, perché non ascoltare?
In questo silenzio, è arrivato un progetto di scrittura. Un invito a rimettere le mani sulla tastiera e nelle parole. Ho ricominciato a scrivere. Con calma, senza pretese. Senza cercare la frase ad effetto, ma quella più chiara e colorata, che potesse essere ascoltata e recepita.
Dopo pochi minuti sulla tastiera, mi sono accorta che non stavo ricominciando, ma che stavo tornando a casa. In quella casa immensa fatta di calore, conoscenza, protezione e libri, che mi accompagna dall’interno da tutta la vita. Ho ripreso a scrivere anche a mano, su un quaderno-libro delizioso. È una storia che chiede attenzione, perché è la mia auto-terapia. Mi piacerebbe che vedesse la luce, un giorno, magari in un’altra lingua. Ma questo è uno spingersi troppo in là con lo sguardo. Comincio a concentrarmi su quello che vuole emergere, ascoltando, e poi studiando, approfondendo, leggendo. Una parola alla volta. Costruendo.



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