29 Set 2026

Dell’Odissea di Nolan

Riassunto

Dell'Odissea di Nolan - Ulisse, Ulisse, Ulisse. Tutto quello che mi è piaciuto del film, senza preoccuparmi di considerazioni filologiche o storiche.

… e Dei motivi per cui mi è piaciuta (tantissimo, tantissimo, tantissimo) e per cui non mi importa affatto se sia fedele al testo o meno.

Alla fine, sono andata a guardare L’Odissea di Christopher Nolan. Avevo detto che avrei aspettato che arrivasse su Prime, e che me lo sarei goduto a casa sul mio divano preferito (nonché unico).

Un’amica, però, mi ha detto che le sarebbe piaciuto andare al cinema poiché era da prima del Covid che non entrava più in una sala. Per combinazione, correvano i giorni della Festa del Cinema, per cui il biglietto costava meno. E che cosa c’è nella programmazione? L’Odissea di Nolan, di cui nessuno, ma proprio nessuno ha parlato o scritto. Perciò, mi è sembrato un segno del destino, uno di quelli che riecheggiava perfettamente la piccola vocina dentro di me, molto piccola e molto in fondo, che avrebbe voluto andare a guardare il film ben prima della sua eventuale apparizione su qualche piattaforma di streaming.

Come dicevo, nessuno ha espresso opinioni o scritto recensioni su questo film, finora, e io non faccio eccezione. Quello che scriverò qui riguarda esclusivamente quelle sensazioni e quei pensieri evocati da due ore e cinquantatré di visione/contemplazione. Lessi l’Odissea da ragazza più volte, ma non sono una conoscitrice approfondita, per cui non ricordo esattamente tutto quello che Ulisse affrontò. Non mi interessa controllare quanta Odissea omerica c’è veramente nel film, e quanto Nolan ha trasformato, tagliato, cambiato. Qui mi interessa quello che Nolan ha suscitato in me.

Non baderò ad eventuali anticipazioni che mi sfuggiranno, ed è uno dei pochi casi in cui può avvenire, ed è parecchio liberatorio. Più o meno, abbiamo presente tutti di che cosa parla l’Odissea, no?

È anche un testo facile da trovare, dagli adattamenti per i bambini alle edizioni illustrate da Gustave Doré e annotate da filologi/storici/grecisti/professori più o meno prestigiosi.

Detto questo, mi è piaciuta L’Odissea di Nolan? Tantissimo, tantissimo, tantissimo.

Di seguito i motivi.

Cavallo di Troia e UlisseMi ha catturato subito, a partire dalle prime battute. E qui sono molto letterale, perché l’aedo che parla per primo nel film batte un bastone sul pavimento della sala dei banchetti di Itaca, per farsi ascoltare e per dare ritmo al suo canto. Mi infastidiva, temevo di perdere il filo della narrazione, ma non ho fatto in tempo a dar spazio a quella irritazione, perché le immagini sono subito sbocciate una dietro l’altra, e non ho potuto far altro che saltar dentro quell’atmosfera. Una grande spiaggia vuota, a parte un gigantesco e bellissimo cavallo semisepolto dalle maree. Irresistibile, quel cavallo. Perfetto. Sinuoso, cupo, incombente. Lo guardavo ammirandolo e sentendomi a disagio, forse perché l’esasperazione e la sete di sangue degli uomini al suo interno si comunicava anche fuori, al suo aspetto scuro e magnifico. Un cavallo rampante, in equilibrio sulle zampe posteriori e sull’enorme coda. Ben diverso dalle consuete rappresentazioni del cavallo di Troia, placido e mansueto come una mucca. Questo è una bestia da guerra, felice di sprigionare potenza dai movimenti aggressivi. Come avrebbero potuto i Troiani resistere a quella bellezza famelica che non aspettava altro che divorarli vivi, tutti? Persino quando comincia a consumarsi nelle fiamme e cade appoggiandosi al tempio nella città, non perde quell’aura di predatore che si ciba.

L’andamento del film non è una narrazione regolare. Non è solo l’aedo che racconta le gesta di Ulisse da lontano, al sicuro nel bel mezzo di una festa in una reggia. È Eumeo che lo ricorda, il figlio Telemaco che non ha mai conosciuto il padre, è Penelope che lo aspetta resistendo. È lo stesso Ulisse, che recupera la memoria quando la ninfa Calipso gli sottrae il loto che lo rilassa e lo annebbia. È Menelao che ne racconta a Telemaco, con l’espressione triste di chi pensa di non aver fatto abbastanza, di aver perso qualcosa d’importante senza sapere mettere a fuoco che cosa. È lo stesso Antinoo codardo, che non può scacciare dalla mente il giorno in cui scambiò il suo posto con Sinone per non andare in guerra. Mi piaceva lo sguardo dell’Antinoo ragazzo, fisso su Ulisse come se non volesse perdersi nemmeno un movimento dell’uomo. Uno sguardo di ammirazione, soggezione e anche sfida. Forse riteneva già di essere più scaltro di quello che sarebbe diventato famoso proprio per la sua astuzia.

È un film parlato e pieno di sguardi, questo. Un’altra produzione, più hollywoodiana, avrebbe puntato molto sugli effetti speciali, creando mostri stupefacenti, trasformando Ulisse e gli altri personaggi in guerrieri valorosi, che non sbagliano mai, o che non danno troppo spazio all’angoscia o alla paura. Sempre inappuntabili, con denti bianchissimi e capaci di abbagliare gli spettatori fin nelle ultime file, abbigliati con tessuti forti e pregiati, e magari armature elaborate.

Qui, ho visto molta stanchezza. I visi degli uomini, a partire da Ulisse, sono sciupati, tirati, stressati, e te lo fanno sentire anche quando stanno in silenzio. I suoi occhi sono stanchi, ogni tanto spenti e vuoti, e non solo perché il loto lo ha anestetizzato. È corroso da dubbi e paure, lo scaltro Ulisse, l’eroe della guerra di Troia, quello che ha messo la parola fine alla guerra più sfiancante del mondo antico. Ogni volta che non riesce a salvare i suoi uomini, l’angoscia affiora e s’indurisce nei suoi occhi. Le labbra si stringono, si piegano verso il basso. Sembra spegnersi, e lo vedo vivo e ardente solo quando passa all’azione. Quando afferra il corvo di Circe minacciandola di strangolarlo se non gli restituisce gli uomini, torna ad essere il guerriero pieno di rabbia da combattimento. Quando ascolta il canto delle sirene, invece, emerge l’uomo, spogliato della sua astuzia e delle sue capacità di lottatore; urla, piange, si dibatte disperato contro le corde che lo legano all’albero maestro della sua nave. È impressionante, la sua angoscia. Perché non è semplice angoscia. È tinta di desiderio, rimpianto, consapevolezza che quello che voleva di più al mondo sarebbe stato suo, se solo avesse fatto altre scelte, e che ormai non avrebbe mai più avuto un’altra occasione. Ed è una consapevolezza che brucia più delle fiamme di Troia. Noi non sentiamo il canto, anche se non abbiamo la cera nelle orecchie. Solo rumore cacofonico, una sorta di intereferenza radio, o una musica caotica e senza senso. Ma non è per noi, quella musica. È solo per Ulisse e il suo cuore. Noi assistiamo impotenti a quell’esplosione di sentimenti ed emozioni che rischia di ucciderlo.

CirceI volti delle donne portano la stessa stanchezza. Sono austere nell’aspetto e nell’abito, con le dovute eccezioni, come l’apparizione di Clitennestra regina che saluta il suo re di ritorno dalla guerra. La bellissima Calipso (una Charlize Theron silenziosa, che non avevo minimamente riconosciuto) è vestita di rete e tunica, i suoi unici gioielli sono gli occhi e il viso premuroso che volge ad Ulisse. Circe, che ho nominato prima, ha l’aspetto esasperato e sfiancato di una donna che vive da sola, oberata di mansioni e non di una potente maga che vince sui guerrieri più spietati dell’antichità. Ero curiosa di vedere che volto Nolan avesse scelto per lei, e quale atteggiamento le avrebbe dato. Mi ha sorpreso e mi ha suscitato un certo ribrezzo il modo in cui trasformava gli uomini in animali, usando letteralmente le sue mani e la sua voce. Non riuscivo a staccare gli occhi dallo schermo, pur avvertendo una leggera repulsione di fronte a quelle dita che strappavano e modellavano la carne vivente come se fosse creta. Eppure, non smettevo di pensare che, se Circe fosse veramente vissuta, avrebbe usato così i suoi poteri.

Ulisse e le sireneCi sono pochi mostri, in questa Odissea, a parte Polifemo, i Lestrigoni, e i tentacoli tra Scilla e Cariddi. Le vere e proprie creature mostruose sono gli uomini. Menelao, che sfregia la bellissima Elena dopo essersela ripresa. Agamennone, che inganna Clitennestra e trascina la sua stessa figlia Ifigenia, disperata e urlante, verso il sacrificio per placare gli dèi e salpare verso la guerra. Mi ha fatto sorridere amaramente il modo in cui lo spirito di Agamennone racconta della propria morte. Si dipinge come una vittima; un re accolto con tutti gli onori dalla bellissima moglie, rifocillato, lavato e profumato, per poi essere massacrato con ferocia da quella stessa consorte. Anche lei urla, come la figlia prima del sacrificio, ma il suo grido è davvero il richiamo della creatura barbarica e assetata di sangue che gli esseri umani si portano dentro, tutti, e che tengono sottochiave per non trasformarsi in assassini. La doppia visuale (vittima secondo la mentalità maschile, oppressore agli occhi femminili) sulla coppia Clitennestra-Agamennone e le loro azioni fa nascere considerazioni che portano lontano dall’Odissea (esattamente come capita al suo protagonista), e che si addentrano nel ginepraio della morale. Agamennone uccide la figlia di Clitennestra offrendola in sacrificio agli dei, dopo aver ingannato la madre. La regina, aiutata dall’amante, attende il suo ritorno dalla guerra per macellarlo. Un altro figlio dei tenebrosi reali, Oreste, uccide la madre per vendicare il padre. Ed è quest’ultima azione a non ricevere alcun biasimo, mentre Clitennestra viene dipinta come una traditrice assassina senza scrupoli. Eppure, ha ucciso anche lei per vendetta. Ma la sua aggravante è di essere donna. Per fermarsi e riempirsi di domande più o meno morali sull’argomento, suggerisco La vendetta degli dei, di Hannah Lynn. Non è solo un retelling mitologico, ma un tentativo di esporre il dilemma da più punti di vista.

Agamennone

Riprendiamo la rotta dell’Odissea. Mi soffermo un attimo ancora su Agamennone. In questo film, di lui conosciamo soprattutto l’elmo con quelle decorazioni, e l’armatura nera. Personalmente, lo trovavo inquietante perché quegli elementi dorati sulla coda mi ricordavano troppo le vertebre umane. Non riuscivo a smettere di pensare che se le fosse procurate portandole via ai corpi dei guerrieri che uccideva, come se fossero trofei. E se penso alla crudeltà di un uomo che tratta la propria figlia come un agnello sacrificale, ritengo che quel gusto macabro gli si addice davvero. Lo vediamo in faccia solo un attimo prima di essere colpito a morte. Altrimenti, è sempre un’ombra scura e deprimente, chiuso nella sua armatura nera, fermo o lento nei movimenti. Quando i guerrieri greci penetrati all’interno di Troia nel cavallo aprono le porte della città per farlo entrare insieme ai suoi uomini, lui rimane immobile, sullo sfondo, mentre gli altri corrono invasati dalla furia di combattere e uccidere. Guardandolo, ho pensato per un momento a Batman. (che Nolan ha messo al centro di una trilogia. Una versione tutta sua dei cosiddetti Easter Eggs?)

Questo film che riduce all’osso gli effetti speciali, i costumi scintillanti, e che tiene i dialoghi semplici, bruschi, mi ha fatto provare miriadi di emozioni, tutte contenute in un silenzio ampio e concentrato. Non potevo distogliere gli occhi dai visi degli attori, non potevo pensare ad altro che a quello che stavano facendo, e che cosa volevano esprimere con i loro stessi silenzi. Non ho trovato molti film che mi azzittissero così e che mi costringessero a guardare fotogramma per fotogramma. Se avessi l’occasione di ritornare al cinema per un’altra visione, lo farei. E forse ancora di nuovo. Sento la mancanza di quello che ho provato, guardandolo.

Si capisce perché non m’importa nulla che Nolan sia stato fedele o meno a Omero? Se avessi voluto una versione fedele al millimetro all’Odissea, avrei… letto l’Odissea. E assistito al mio film mentale su di essa.

Ma è quello che Nolan ha suscitato in me con le sue scelte di regista che mi tengo dentro come un piccolo tesoro.

Il resto è letteratura.

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Loredana

Loredana

Sono una lettrice onnivora da sempre. Non ricordo un momento della mia vita senza un libro tra le mani o senza una pila crescente di titoli da leggere accanto a me. Fin da bambina, ho sentito il richiamo irresistibile delle copertine e delle pagine scritte: mentre altri si perdevano tra i giocattoli, io aprivo quei mondi di carta e ci entravo dentro, ogni volta scoprendo qualcosa di nuovo. Conosciamoci meglio

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