27 Apr 2026

Di fumetti, ritorni e mondi che non finiscono mai

Come avviene per molti lettori, il mio primo incontro con la lettura è passato attraverso libri illustrati e fumetti. Ricordo ancora l’incanto: le pagine sfogliate lentamente, lo sguardo che si fermava sui disegni, spesso di una qualità sorprendente.

Quell’incanto, in realtà, non mi ha mai lasciata.
La passione per il disegno è rimasta viva, anche quando la pratica si è affievolita—e sì, ogni tanto penso che riprendere in mano una matita potrebbe essere uno degli esercizi più belli e gratificanti che potrei concedermi. Oltre al fatto che permetterebbe al mio cervello di restare vivo e funzionante un po’ più a lungo.

Ancora oggi, sono molto esigente per quanto riguarda la tecnica di disegno: più il tratto è sciolto, dinamico, complesso, più mi sento coinvolta. Al contrario, un disegno che mi appare debole e impreciso difficilmente riesce a trattenermi; mi stanca, mi distrae dalla storia, percià mi disturba. È lo stesso criterio, in fondo, che applico ai quadri, indipendentemente dall’epoca.

Eppure, il fumetto porta con sé un fardello non indifferente: quello del pregiudizio.
Essendo associato all’infanzia e all’adolescenza, viene spesso relegato a “lettura per ragazzi”, e chi continua a leggerlo da adulto si espone inevitabilmente a domande tipo: “Ma alla tua età leggi ancora fumetti?” “Ma non sei un po’ cresciuta per leggere fumetti?” “Ma quand’è che cresci?”

Le risposte possibili variano. Le mie di solito sono abbastanza chiare. “Quando pare a me?” (Come se la crescita umana fosse uguale a quella delle piante negli orti e nei campi). “Sono per caso fatti tuoi che cosa leggo io?” (In effetti… ho forse chiesto che mi fossero comprati da qualcuno?) “Leggo fumetti e li leggerò sempre, fino al mio ultimo giorno!” Questo, quando mi degno di rispondere. Altrimenti, ignoro a livelli professionali. Le storie che leggo io non sono affatto per bambini, e me ne lascio comunque chiamare, senza dare spiegazioni a nessuno. Che tanto non devo in nessun caso.

Dai classici come Topolino e Geppo, il passo verso i manga è stato naturale. Tra anni ’80 e ’90, quando hanno invaso l’Italia, io ero lì, pronta a tuffarmi: Devilman, Mazinga Z, Il Grande Mazinga, Crying Freeman, Ushio e Tora.

Poco dopo arriva l’epoca Bonelli e io nei primi posti della fila: Dylan Dog, Dampyr, Dragonero, Gea, Lilith. Anche qualche incursione in Martin Mystère, pur senza un vero innamoramento. Per quanto denso di riferimenti culturali anche piuttosto accurati, i personaggi non mi hanno mai chiamato veramente. Forse l’aspetto del personaggio principale non mi diceva nulla.

C’è però un elemento che accomuna tutte queste letture: erano serie lunghe, spesso potenzialmente infinite, ma tutte rigorosamente cartacee.

A un certo punto, senza un vero strappo, ho smesso.
La vita, i libri da leggere, altre priorità—e forse, in sottofondo, anche un pensiero più sottile: l’idea di essere “cresciuta” e che fosse arrivato il momento di lasciare i fumetti alle generazioni più giovani. Ammetto che quelle domande velenose avevano lasciato qualche piccola spora malefica di dubbio.

Poi, a Natale 2024, succede qualcosa.
Ricevo in regalo per l’iniziativa Secret Santa de La bottega dei traduttori il primo volume di Heartstopper, di Alice Oseman.

È un ritorno inatteso.
La storia mi cattura, i personaggi mi restano addosso. Anche il tratto—che, per i miei gusti, resta un po’ semplice—finisce per funzionare, perché è vivo, espressivo, coerente con ciò che racconta.

Nel giro di poco, recupero tutti i volumi. E capisco che non si tratta solo di una lettura piacevole: è una porta.

Heartstopper non mi introduce soltanto alle storie BL (Boys Love), ma a un sistema di mondi interconnessi: linguaggi, categorie, culture. Scopro termini come BL, yaoi, manhua, manhwa; mi affaccio alla cultura coreana; e, soprattutto, entro nel mondo dei webtoon.

Qui avviene il vero salto.

I webtoon sono fumetti digitali, pensati per la lettura su smartphone, spesso a colori, distribuiti su piattaforme dedicate come Webtoon e Tapas.

Per me, è stato come aprire una porta su qualcosa di vertiginoso: accesso immediato, potenzialmente infinito, a storie di ogni tipo.

Fantasy, horror, storico, romance, LGBTQ+, BL—e tutte le possibili combinazioni: difficile cercare di contenere queste storie nelle categorie tradizionali di suddivisione… tant’è che ho smesso di occuparmene. È molto più fluido leggere le presentazioni, guardare i tratti di disegno e lasciarsi chiamare dalla storia.

È facile perdersi.
E, a dire il vero, mi è successo più volte. Ma, come direbbe qualcuno ben più autorevole, naufragar m’è dolce in questo mare.

All’inizio pensavo che sarebbe stata una parentesi breve.
Un’occhiata, qualche confronto con il cartaceo, e poi via.

Non è andata così. Sono ancora lì.

A distanza di un anno e mezzo, non solo non ho abbandonato la piattaforma, ma ho ampliato l’esplorazione, approdando anche su Tapas—dove la mia lista di letture è cresciuta in modo quasi imbarazzante.

Ed è lì che è arrivata la vera sorpresa.

Alcune di queste storie sono complesse, stratificate, emotivamente mature.
Leggo soprattutto BL, e mi sono accorta che molte di queste narrazioni lavorano con grande attenzione su elementi come la comunicazione e il consenso. I dialoghi, in certi casi, diventano veri modelli relazionali.

La comunità dei lettori, poi, è tutt’altro che passiva: commenta, analizza, prende posizione. Comportamenti tossici o dinamiche sbilanciate vengono riconosciuti e criticati apertamente.

Al di là dei generi e delle etichette, ciò che emerge con forza è un tema ricorrente: l’evoluzione.
I personaggi partono da fratture, chiusure, fragilità—e l’incontro con l’altro diventa occasione di trasformazione. Spesso dolorosa, ma necessaria.

Tra le prime letture su Tapas, Romance Not Romantic mi ha fatto conoscere altre dinamiche all’interno di quello sconfinato contenitore che è l’omegaverse, che ho scoperto qualche tempo prima con la fanfiction.

Till We Meet Again, My King mi ha colpita per la profondità e per la qualità dei disegni, oltre che per l’ambientazione in un antico Egitto ricostruito con cura, pur con elementi fantastici.

Secondo Piatto racconta un’evoluzione relazionale costruita su un equilibrio fragile e insolito, che lentamente si trasforma in qualcosa di più consapevole.

Diversa, invece, l’esperienza con Thirst: una storia di vampiri che, pur partendo da premesse affascinanti—ossessione, conflitto, attrazione—rimane più legata a schemi prevedibili. Il finale mi è sembrato affrettato e non mi ha soddisfatto perché è stato tenuto talmente aperto fino a sconfinare nell’ambiguità.

I webtoon non sono stati solo una scoperta tardiva o una curiosità digitale. Sono diventati un modo diverso di entrare nelle storie, di viverle su uno schermo piccolo da smartphone, invece di fantasticare sulla carta.

Ma, come spesso accade quando si apre una porta, non se ne apre una soltanto.

Perché accanto a queste storie che si leggono in digitale, c’è un’altra forma che ha continuato a chiamarmi altrove: quella delle serie televisive. Un linguaggio diverso, più lento in alcuni momenti, più invasivo in altri, ma altrettanto capace di costruire mondi, legami e dipendenze affettive.

E così, il passo successivo di questo viaggio non si allontana dai webtoon: semplicemente cambia schermo, cambia ritmo, cambia respiro.

Ma resta la stessa domanda, forse sempre quella: che cosa racconterà a me di me la prossima storia che leggerò o guarderò?

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Loredana

Loredana

Sono una lettrice onnivora da sempre. Non ricordo un momento della mia vita senza un libro tra le mani o senza una pila crescente di titoli da leggere accanto a me. Fin da bambina, ho sentito il richiamo irresistibile delle copertine e delle pagine scritte: mentre altri si perdevano tra i giocattoli, io aprivo quei mondi di carta e ci entravo dentro, ogni volta scoprendo qualcosa di nuovo. Conosciamoci meglio

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